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Il Tecnostress fa male a noi e alle imprese

Il Tecnostress fa male a noi e alle imprese
#Idee

Forse non ne siamo consapevoli ma molti di noi ne soffrono. Il tecnostress tocca tutti noi, in modi diversi ma tutti meritevoli di attenzione. Vorrei qui proporre una riflessione e suggerire qualche strategia per gestirlo in azienda e non solo.

Quello che pubblico è un articolo che era in bozza da una settimana. Proprio qualche sera fa, in un incontro con Filippo Scianna se ne è riparlato e mi sono quindi deciso a rileggere e pubblicare questo post.

Il tecnostress è un’esperienza che si insinua nelle nostre vite, tra notifiche, schermi luminosi e la sensazione di non staccare mai. L’evoluzione del mondo del lavoro, con la crescente digitalizzazione e l’aumento delle interazioni online, ha intensificato il fenomeno. Lavorare in ambienti sempre più connessi, gestire riunioni in stanze virtuali e la costante reperibilità ha trasformato il tecnostress in un compagno quotidiano. Non abbiamo più un momento di pausa dai monitor nemmeno nel tempo libero e che, a differenza del passato, non si limitano a trasmettere ma osservano (e ascoltano) ogni nostra azione.

Quando la tecnologia ci fa sentire sopraffatti

Le e-mail si accumulano come neve in una bufera? I tuoi social network chiedono costantemente attenzione? Quando torni da una riunione le notifiche intasano di pallini rossi il tuo schermo? Questo è il tecnostress, un fenomeno che nasce dall’uso eccessivo e invasivo delle tecnologie che colpisce tutti, ma non allo stesso modo.

Uno studio, condotto nel settore bancario italiano (Porcari, Ricciardi e Orfei, 2023), ha introdotto un nuovo strumento per misurare il tecnostress: il Work-Related Technostress Questionnaire (WRT-Q). Il questionario, composto da 17 domande, esplora quattro dimensioni chiave: la qualità della vita lavorativa, l’intrusione della tecnologia nella vita privata, il sovraccarico cognitivo e lo stress psicofisico.

Cosa emerge dai dati raccolti?

I più anziani sono i più vulnerabili

L’età fa la differenza. I dipendenti over 55 hanno riportato livelli di tecnostress significativamente più alti rispetto ai colleghi più giovani, probabilmente perché adattarsi alle nuove tecnologie può essere più difficile con l’avanzare degli anni.

Imparare a usare un nuovo software complesso dopo decenni passati a lavorare con metodi tradizionali può rappresentare una sfida emotiva che mescola frustrazione, ansia e senso di inadeguatezza in un cocktail nocivo.

Più si invecchia, più aumenta la sensazione di essere sopraffatti. In una società in cui la velocità diventa ossessiva e la cui popolazione diventa sempre più anziana chiederci come aiutare i lavoratori over 55 a navigare in questo burrascoso oceano digitale senza affogare non è un mero esercizio intellettuale.

Uomini e donne sullo stesso piano

Per quanto riguarda il genere invece non ci sono differenze significative nel livello di tecnostress: uomini e donne sperimentano lo stesso tipo di stress legato al digitale.

Questo risultato è in controtendenza con alcuni studi precedenti, che suggerivano come le donne potessero essere più vulnerabili a causa di un maggiore carico di responsabilità tra lavoro e vita privata.

Forse è un segnale che, quando si tratta di tecnologia, siamo tutti sulla stessa barca. Uomini e donne, giovani e meno giovani, dobbiamo fare i conti con gli stessi strumenti, le stesse pressioni e le stesse sfide.

Quando il digitale invade tutto

Arriviamo al cuore del problema: la tipologia di lavoro. Anche se onnipervasiva, la tecnologia è diventata parte integrante della routine quotidiana per molte professioni ma non per tutte.

Chi passa ore davanti a uno schermo, gestendo dati, rispondendo a email o usando software complessi, è ovviamente più esposto al tecnostress. Il sovraccarico cognitivo, l’intrusione della tecnologia nella vita privata e lo stress psicofisico diventano compagni costanti con effetti su corpo, mente ed emozioni.

Cosa succede, esattamente, al nostro sistema nervoso quando siamo esposti a un uso eccessivo della tecnologia?

tecnostress

Lo studio ci offre alcuni spunti di riflessione in merito agli effetti negativi da sovraccarico informativo. Tra questi troviamo una correlazione positiva in merito a:

  • burnout ed esaurimento emotivo: l’uso persistente dell’ICT aumenta lo stress e riduce la motivazione lavorativa;
  • sintomi cognitivi: scarsa concentrazione, disturbi della memoria e difficoltà decisionali;
  • sintomi fisici: mal di testa, disturbi del sonno e un generale senso di affaticamento.

In altre parole, il tecnostress è un fenomeno che coinvolge tutto il nostro corpo e che può incidere in modo davvero nefasto sulla qualità delle nostre vite.

Capitale psicologico e la forza della comunicazione

Il capitale psicologico (PsyCap) è un concetto chiave emerso in un’altra ricerca (Signore et al., 2021). Il capitale psicologico è definito come una risorsa personale che include quattro componenti:

  • autoefficacia: la convinzione di poter affrontare le sfide con successo;
  • determinazione: la capacità di persistere verso i propri obiettivi;
  • resilienza: la forza di rialzarsi dopo una caduta;
  • ottimismo: la tendenza a vedere il lato positivo delle cose.

Secondo lo studio, il capitale psicologico può agire come un “cuscinetto” contro il tecnostress ma c’è un elemento cruciale che media questa relazione: la comunicazione.

La ricerca ha evidenziato che la qualità delle relazioni sul lavoro gioca un ruolo fondamentale nel mitigare il tecnostress. Una comunicazione gentile ed efficace con colleghi, superiori e subordinati può trasformarsi in una risorsa preziosa per ridurre il carico emotivo legato al tecnostress. Non a caso negli ultimi anni di consapevolezza nelle organizzazioni ne parlo molto nei miei corsi.

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Strategie per sopravvivere al tecnostress

Alla luce di questi dati, è chiaro che il tecnostress non è un problema da sottovalutare. Come possiamo affrontarlo? Ancora una volta al primo posto troviamo la formazione. Aiutare i dipendenti, soprattutto i più anziani, a familiarizzare con le nuove tecnologie può ridurre la sensazione di inadeguatezza. D’altra parte è importante che anche la legislazione si muova per promuovere politiche di lavoro flessibili e incentivare pause regolari.

Psicologi e consulenti di benessere digitale possono inoltre introdurre attività per individuare i segni di tecnostress e interventi mirati per affrontarli. Infine occorre intervenire per migliorare la comunicazione creando spazi sicuri di dialogo e condivisione, sia online che offline per favorire il benessere dei dipendenti.

Un aiuto concreto

Dopo tanti anni le imprese si stanno rendendo conto che creare ambienti di lavoro più inclusivi e attenti al benessere dei lavoratori ha impatti significativi sul rendimento di questi, sul calo di assenteismo per malattia e infortuni. Ignorare questi temi può creare seri problemi: è tempo di capire perché e come farlo con percorsi personalizzati che vadano incontro alle esigenze delle imprese e che siano coerenti con gli obiettivi aziendali.

Il risparmio è valutabile e si può parlare di un vero e proprio ROI sulle attività di benessere digitale.

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